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Maria Francesca Francese

Maria Francesca Francese

Avvocato, Mediatrice Familiare, Mediatrice Civile e Commerciale, Formatrice

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La violenza assistita e la mediazione familiare (segue)

È molto diffusa l’errata convinzione che sia naturale a chiunque la capacità di amare ed educare i più piccoli. Occorre invece imparare che l’affetto istintivo che ogni genitore prova nei confronti dei figli può essere espresso in maniera costruttiva o distruttiva.

Solo una cultura del rispetto dell’altro che porti l’attenzione sullo sviluppo delle capacità empatica e sull’emotività e sui sentimenti permette di superare questo scoglio.

La Convenzione di Istanbul recita testualmente:

“I bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenza all’interno della famiglia” (art. 3)

Gli Stati firmatari si impegnano ad adottare

misure legislative e di ogni altro tipo necessarie per garantire che siano debitamente presi in considerazione, nell’ambito dei servizi di protezione e di supporto alle vittime, i diritti e i bisogni dei bambini testimoni di ogni forma di violenza rientrante nel campo di applicazione della presente Convenzione” (art. 22)

Il comitato per i diritti del fanciullo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite già da tempo sostiene che l’espressione “violenza” contenuta nella Convenzione di New York debba essere intesa e interpretata in senso estensivo. Includendo ad esempio forme di negligenza o abbandono, come nel caso della violenza assistita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il concetto di violenza, allargandolo anche al

maltrattamento emotivo al danno attuale o potenziale alla salute del bambino alla sua sopravvivenza al suo sviluppo o alla sua dignità nel contesto di una relazione di responsabilità fiducia o potere.”

Secondo il rapporto ISTAT “Donna oltre il silenzio” del 2018, la percentuale dei figli che hanno assistito a episodi di violenza sulla propria madre è pari al 65,2% nel 2014.

Questo dato è in aumento rispetto alla precedente indagine del 2006, quando la percentuale dei figli che avevano assistito a episodi di violenza era del 60,3%.

Leggendo questi dati dobbiamo però sempre ricordare l’estrema difficoltà della rilevazione statistica del fenomeno della violenza assistita per resistenze culturali e stereotipi che sono connessi alla violenza domestica e che tendono a negarla o a minimizzarla.

La violenza assistita è prevista come aggravante del reato di Maltrattamenti in famiglia, art. 572 c.p. e l’ultimo comma dell’articolo citato prevede espressamente che

il minore di anni diciotto che assiste ai maltrattamenti … si considera persona offesa dal reato

cioè vittima, anche secondo il codice penale italiano.

Per riconoscere la violenza assistita occorre:

  • innanzitutto mantenere l’attenzione sui bambini e le bambine;
  • essere consapevoli dei meccanismi della violenza domestica e delle sue conseguenze sui figli; 
  • sempre ricordare che si tratta di una valutazione complessa rivolta a una famiglia nella quale gli stili violenti hanno caratterizzato e permeato le relazioni tra i suoi componenti.

È importante mantenere un atteggiamento non giudicante per poter escludere la minimizzazione e la negazione a volte inconsapevole dei meccanismi violenti. Inoltre, non bisogna dimenticare che affrontare la violenza può far insorgere delle resistenze anche inconsapevoli persino negli operatori più esperti.

Tutti noi cerchiamo di proteggerci dalla violenza e anche di proteggerci dal pensiero che la violenza sia possibile in un contesto come quello familiare che dovrebbe essere invece caratterizzato dal rispetto della protezione e dalla cura.

L’impatto con la violenza può ingenerare delle reazioni di evitamento e di questo occorre essere consapevoli.

Uno dei rischi che occorre evitare, e che invece è molto frequente, in parte per le reazioni di evitamento di cui si parlava, in parte per pura e semplice confusione o ignoranza, è la mancata o la non corretta distinzione tra conflitto e violenza.

Quando c’è violenza, riscontriamo una relazione asimmetrica. Ma è anche importante ricordare come il comportamento violento si configura come un processo che il maltrattante stabilisce e mantiene nel tempo, con lo scopo di soverchiare l’altro. Non si tratta di atti l’uno indipendente dall’altro, ma di un vero e proprio processo.

Per abituarsi a vedere, cioè a riconoscere correttamente il fenomeno della violenza assistita è necessario dunque saper distinguere tra il conflitto e la violenza endofamiliare.

Il conflitto, anche grave, anche acceso, con tratti violenti avviene però sempre tra due pari, cioè tra due persone che si percepiscono e si considerano pari. Al contrario, la violenza avviene all’interno di una relazione asimmetrica, nella quale uno dei due utilizza la violenza per mantenere la propria posizione di potere e sopraffazione.

Ciò che permette di distinguere la violenza da un semplice litigio coniugale, non sono le parole offensive e nemmeno le botte, ma l’asimmetria nella relazione.

In un conflitto di coppia l’identità di ciascuno è preservata, l’altro viene rispettato in quanto persona, mentre questo non avviene quando lo scopo è dominare o annichilire l’altro.[1]

La violenza all’interno della famiglia non è un’emergenza del momento, è una presenza costante che riguarda ogni segmento della popolazione in qualunque periodo dell’anno. È dunque assai probabile, almeno statisticamente, che ogni mediatore la incontri nel corso delle propria professione, almeno una volta.

I mediatori familiari sono chiamati a mediare nell’ambito della conflittualità della coppia e della famiglia. Il nostro lavoro consiste nell’aiutare le persone a riorganizzare la vita familiare oltre il conflitto, mettendo i figli al centro, se ce ne sono.

Quando siamo di fronte alla violenza il nostro lavoro non è possibile, sicuramente almeno finché la violenza permane. Sia perché è vietato, sia perché potrebbe arrecare molti danni. Ecco perché è importante riconoscere i segni della violenza in famiglia. Distinguerli precisamente dalla conflittualità anche accesa e mettere i figli al centro in modo da offrire alla coppia degli strumenti per risolvere positivamente la conflittualità e attivare invece altre risorse – fuori dalla competenza della mediazione familiare – nel caso infelice, ma purtroppo non così raro, della violenza.

[1] Maria-France Hirigoyen, Sottomesse. La violenza sulle donne nella coppia. 2005, Einaudi

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