Bollettino dei Mediatori Familiari n. 1 2006

Carissimi lettori,

la nostra comune passione per la mediazione familiare, ovvero per cercare di condurre le famiglie verso un modo più sensato, più onesto e, soprattutto, più responsabile di affrontare i conflitti, sembra ben poca cosa se paragonato ai molti conflitti internazionali. Come sappiamo, gli interessi in gioco sovente spingono i contendenti a condurre trattative instabili e a non rispettare gli accordi, e se questo accade in famiglia, che cosa aspetarsi tra estranei o, peggo ancora, tra antagonisti politici? E tra nemici dichiarati? Per gestire con successo la conflittualità occorre, infatti, rischiare di mantenersi onesti e aperti, non basta arrivare a capire che esiste un interesse comune da raggiungere insieme alla controparte. La conflittualità centrata sull’aggressione al nemico, piuttosto che sulla volontà di affrontare insieme i problemi, ci amareggia enormemente nello svolgimento del nostro lavoro e ci porta a domandarci: come possono odiarsi così oggi due persone che si sono un tempo amate? Quando noi mediatori familiari accertiamo la mediabilità di una coppia, ci accertiamo, come fanno i nostri colleghi conciliatori in ambito commerciale, che non ci siano ostacoli al raggiungimento di un accordo. Uno di questi ostacoli è rappresentato dall’eventuale giovamento che una o entrambe le parti ne ricavano nel mantenere aperta la conflittualità. Per alcuni il conflitto è necessario per far funzionare quei meccanismi proiettivi (ad es.: “se sto facendo del male a qualcuno, non è colpa mia, ma del mio/della mia ex!”), che permettono ai separati di mantenere di se stessi una immagine positiva e riuscita.
E’ questo un segnale della necessità di lavorare in rete con psicologi, educatori e terapeuti, perchè senza il loro prezioso apporto, noi mediatori familiari possiamo agire solo limitatamente e provvisoriamente, fino a che la dinamica non finirà con il prevalere nuovamente.

Isabella Buzzi

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