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Isabella Buzzi

Isabella Buzzi

Pedagogista, Dottore di ricerca in Psicologia, Mediatrice Familiare, Mediatrice Civile e Commerciale, Formatrice, Supervisore professionale, Counselor

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Intervista alla dott.ssa Buzzi: consigli per genitori preoccupati

  • Cosa si intende per bi-genitorialità e come si declina nell’interesse dei figli?

La bi-genitorialità, o co-genitorialità, si riferisce in letteratura scientifica a una situazione genitoriale in cui gli adulti condividono i doveri di genitorialità di un bambino.

Si sa che dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (20 novembre 1989), il principio secondo cui un bambino deve continuare a mantenere una relazione forte con entrambi i genitori, anche se separati, è diventato sempre più un diritto riconosciuto. Pertanto è stato esteso anche alle famiglie separate e divorziate.

La bi-genitorialità effettiva si declina nell’interesse personale, affettivo ed etico della persona di minore età.

Se osserviamo che ciascuno è metà mamma e metà papà, e che così ogni figlio si considera, di conseguenza tutti abbiamo bisogno di avere e mantenere una relazione forte e positiva con entrambi i genitori, a prescindere dalle circostanze familiari. Ognuno di noi tende alla ricerca della propria positività e del proprio valore, pertanto se un bambino pensa di provenire da una persona negativa, teme a sua volta di esserlo.

Se un genitore “cade in disgrazia”, un figlio non potrà non esserne influenzato. Mentre se entrambi i genitori sono persone ritenute “positive”, hanno sufficiente benessere economico e si occupano regolarmente (anche se al proprio meglio) della crescita e dell’educazione dei figli, collaborando nel suo interesse, allora il figlio sente di poter avere rapporti di intimità e fiducia con entrambi.

Da questo rapporto con entrambi i genitori e la famiglia estesa, attingerà la forza per affrontare serenamente la scuola e le amicizie dapprima, il lavoro e i propri rapporti sociali e di coppia da adulto.

Credo e sono convinta che dare aiuti economici, psicologici ed educativi ai genitori separati e single, abbia una ricaduta molto vantaggiosa sui figli.

  • Quali potrebbero essere alcuni comportamenti auspicabili che i genitori devono tenere nella separazione e quali quelli negativi ?

Non credo di essere originale mettendo in evidenza quanto segue, ma del resto la letteratura scientifica è concorde.

Sono comportamenti auspicabili:

  1. Il dialogo costruttivo tra genitori e tra genitori e figli. La comunicazione è vitale spazio di confronto e scambio per tutte le decisioni da prendere per i figli, il loro vissuto e le loro esperienze, ma è altrettanto importante che i figli vengano adeguatamente informati e tenuti al corrente della situazione familiare, perché li riguarda profondamente)
  2. La collaborazione tra genitori. Se un genitore porta maggior reddito e uno porta maggiore disponibilità di cure e attenzioni dirette, la generosità di queste risorse giova ai figli.
  3. Stabilità personale. Per permette di evitare quanto segue, nei comportamenti negativi.

Sono comportamenti negativi:

  1. Farsi guerra tra genitori e parenti. Litigare, offendersi, picchiarsi davanti ai figli, lodare i figli quando sono schierati contro l’altro genitore, minacciare l’abbandono affettivo se il figlio “prende contatti col nemico”, svalutare le azioni positive dell’altro genitore, ecc.
  2. Rivolgersi ai figli per superare il dolore della separazione. Chiedere il loro sostegno emotivo come se fossero adulti, raccontare loro le proprie ragioni della separazione senza riguardo al loro amore e alla loro lealtà verso l’altro genitore, cominciare a viziarli e a porli nel ruolo di “compagno sostitutivo”.
  3. Selezionare i bisogni e le emozioni dei figli in base alla propria convenienza. Oltre alla più palese strumentalizzazione dei figli, intendo il non accogliere i loro sentimenti di tristezza per la fine dell’unione familiare, le loro preoccupazioni, il loro bisogno di restare leali a tutta la famiglia, ecc …

 

  • Quali sono le esigenze dei figli che emergono nella separazione a seconda dell’età?

Gli studi a lungo termine e a breve termine della ricerca scientifica e l’esperienza, in estrema sintesi, dimostrano le seguenti esigenze.

Dai 0 agli 18 mesi

Ambiente domestico sereno e aiuti alla mamma (dove per mamma si può anche intendere il genitore che ha assunto il suo ruolo). “Mamma” presente, ritmi di vita scanditi e prevedibili. Meglio visite brevi e frequenti del papà. Se il figlio non ha ancora cominciato il nido, sarebbe meglio evitare allontanamenti dalla madre.

È possibile realizzare gradualmente il distacco dalla mamma e allungare i tempi da trascorrersi con il papà. Tuttavia, sarebbero meglio i rientri serali e le notti con la mamma, sempre che per necessità lavorative i genitori non abbiano già abituato il figlio a trascorrere la notte senza di lei. In questo caso, sono possibili anche i pernotti con papà, purché realizzati gradualmente e senza forzature.

Dai 3 ai 6 anni

Collaborazione e comunicazione efficace tra genitori e tra i parenti dei genitori, soprattutto i nonni se coinvolti nella cura del bambino. Sistema di regole chiaro e prevedibile nei nuclei familiari. Possibile l’alternanza genitoriale nei weekend e durante la settimana pernotti in entrambe le case, costruita progressivamente, con prevedibilità e regolarità. Alloggio presso entrambe le case con abiti, effetti personali, giochi. Realizzazione di spazio “a misura di bambino” presso la casa del genitore con cui non vive abitualmente, per creare familiarità e farlo sentire “a casa sua”  in entrambe le case.

Dai 6 ai 9 anni

Età della rabbia, della paura e della vergogna. Oltre alle modalità sopra descritte, occorrono sostegno affettivo, rassicurazioni, dialogo e il permesso di esprimere i propri sentimenti aiutandolo a riconoscerli e a gestirli. Libertà di frequentare il proprio genitore omologo e di confrontarsi in modo benevolo con entrambi.

Dai 9 ai 13 anni

È un’età difficile, ma nella separazione quello che emerge maggiormente per il figlio è la crisi del senso di lealtà familiare.  I genitori devono aiutarlo a non schierarsi e a tenersi fuori dai conflitti di lealtà.

Ha bisogno che i genitori si dimostrino capaci di gestire adeguatamente e responsabilmente la separazione, con compostezza emotiva e senso di responsabilità.

Dai 13 ai 18 anni

Consapevole delle circostanze familiari e delle conseguenze anche economiche della separazione, ha bisogno di confrontarsi con i genitori, di discuterci e di metterli alla prova.

La sua identità emergente deve essere valorizzata e protetta da entrambi i genitori. Tra di essi occorrono accordi estremamente flessibili sulla frequenza con il genitore che non abita con il figlio. Nel contempo, essere  estremamente attenti e vigili nei confronti del figlio, informandosi sui suoi spostamenti. Le  decisioni che lo riguardano, per essere accettate, è opportuno che gli vengano presentate come concordate e sostenute da entrambi i genitori.

  • Quando e come pensa che il figlio minorenne possa o debba partecipare alla riorganizzazione familiare?

Ovviamente, il figlio minorenne partecipa indirettamente alla riorganizzazione familiare fin dal suo concepimento. Dalla sua nascita, la sua presenza richiede quindi ai genitori, separandi o già separati, il non facile compito di elaborare la separazione personalmente in modo corretto e definitivo, nonostante il legame permanente venutosi a creare attraverso il figlio, perché quest’ultimo crea la necessità di continuare a vedersi, comunicare e collaborare.

I bisogni e i desideri del figlio dovrebbero sempre e in ogni caso orientare le scelte dei genitori.

Tuttavia, occorre evitare di porlo nella posizione di giudice/manager e di far fare a lui le scelte che dovrebbero fare gli adulti, a causa della separazione e della conflittualità genitoriale. Occorre mantenere l’ordine dei ruoli. Papà e mamma comunicano fra loro e scelgono insieme per i figli, nonostante la separazione. Se questo non è possibile, è meglio che il genitore si consulti con altri adulti e professionisti esperti, e che non “adultizzi” o si appoggi al figlio.

L’ascolto del minore, necessario quando i genitori sono molto litigiosi e distruttivi nel conflitto, è uno spazio in cui i bisogni dei figli dovrebbero essere messi in primo piano. Anche se a volte ciò che emerge è soprattutto il loro profondo disagio rispetto alla situazione familiare.

Sarebbe sempre auspicabile, anche in casi di conflittualità lieve e/o gestita in modo costruttivo, offrire ai figli luoghi in cui esprimere il proprio vissuto fuori dai circuiti delle strategie giudiziarie.

Ad esempio attraverso i gruppi di parola, o con uno psicologo dell’età evolutiva. Mentre risulta di fatto complessa la possibilità che l’ascolto del minore da parte del Giudice o del Consulente Tecnico, riesca a essere una esperienza positiva. Scevra da spinte ad assumere posizioni a favore di uno o dell’altro genitore o libera da collusioni funzionali al giudizio.

Il figlio minorenne può direttamente partecipare alla riorganizzazione familiare fin da adolescente, venendo informato delle esigenze familiari e collaborando con i genitori ormai single all’andamento domestico, assumendo piccole responsabilità e compiti quotidiani.

  • Quale peso dare al desiderio del figlio minore nella fase separativa?

Vorrei rispondere con due domande: “Quale peso dare al desiderio del figlio minore se chiede ai genitori di rinunciare alla separazione? E al contrario, quale peso dare al desiderio del figlio minore se chiede ai genitori di separarsi?”.

Mi scuso per questa domanda paradossale. In primo luogo perché la separazione dei genitori non dipende da scelte e da desideri dei figli, ma da questioni legate a scelte e desideri dei loro genitori. È un bene evitare di caricarli sia della responsabilità della scelta di separarsi, sia del peso di una esistenza coniugale infelice in loro nome.

Dunque, anche le scelte, relative alla riorganizzazione familiare, in seguito alla separazione, dovrebbero essere fatte dai loro genitori, che sono adulti e che meglio sanno quale sia la situazione. Conoscono risorse e limiti a disposizione e ne comprendono le conseguenze.

Ciò non toglie che i figli possano esprimere richieste e perplessità, che i genitori considereranno per migliorare la riorganizzazione familiare.

Secondo le ricerche scientifiche, non bisogna oberare i figli con situazioni che non possono controllare.

I bambini non riescono a sopportare una tale responsabilità. Un carico emotivo/relazionale eccessivo promuove sentimenti di impotenza e insicurezza, inducendoli a mettere in discussione i loro punti di forza e le loro abilità.

Non bisogna chiedere ai figli di affrontare i problemi degli adulti. I bambini non sono in grado di capire la complessità dei problemi degli adulti. Il loro unico obiettivo dovrebbe essere quello di superare con successo le varie fasi di sviluppo che attraverseranno.

I bisogni comuni ai figli dei separati sono: accettazione, rassicurazione, venire liberati dal senso di colpa e dalle responsabilità della separazione, la necessità di “struttura”, la necessità di (almeno) un genitore stabile che ha la forza e le capacità di gestire le questioni e infine, semplicemente, la necessità di restare “bambini”.

  • Come, quando e se ritiene opportuno il ricorso alla Mediazione Familiare?

Essendo mediatrice familiare e interessandomi di mediazione dei conflitti da 28 anni, affermo anche per esperienza personale che la mediazione familiare è un utilissimo percorso di chiarificazione e responsabilizzazione per i genitori.

Personalmente ritengo quindi che per le coppie con figli, qualora non abbiano già scelto liberamente di farlo, possa essere reso obbligatorio prima di andare in giudizio e/o nell’attesa dell’udienza presidenzialepartecipare almeno a un incontro informativo con un mediatore familiare professionista operante nell’ambito delle prerogative di cui alla Legge 4/2013 e alla Norma Tecnica UNI 11644 “Mediatore familiare”.

Incontrando il mediatore familiare i genitori possono valutare in modo informato, consapevole e responsabile, l’opportunità o meno di aderire al percorso di mediazione familiare, in quanto il mediatore familiare ha il dovere deontologico di indirizzarli ad altri professionisti nel caso in cui la mediazione sia non opportuna, non possibile o addirittura negativa nella loro situazione. Nell’incapacità dei genitori di riuscire a mettere i bisogni dei loro figli in primo piano rispetto alle proprie difficoltà personali o alla lite, potrebbe essere necessario rendere disponibili ai genitori percorsi di sostegno alla genitorialità e/o di coordinamento genitoriale.

Nel caso in cui la mediazione familiare sia necessaria, voluta, possibile e opportuna (vedi sotto), allora il mediatore familiare potrà affiancare i genitori in un percorso di ascolto e comprensione delle difficoltà e delle tematiche concrete da risolvere per riuscire a costruire spontaneamente la riorganizzazione familiare mettendo al primo posto la tutela dei figli, nel rispetto dei principi della bi-genitorialità.

Si illustrano le situazioni in cui la mediazione familiare è opportuna:

  • I genitori la scelgono volontariamente;
  • la accettano perché desiderano proteggere i figli dalle conseguenze della propria cattiva gestione della separazione;
  • non riescono ad accordarsi ma possiedono l’abilità di negoziare e sono consapevoli delle proprie responsabilità;
  • ne ignoravano l’esistenza ma apprezzano il fatto di aver trovato un ambiente in cui non prevalga il giudizio ma il buon senso e l’interesse dei figli;
  • vogliono uscire dalle logiche di contrapposizione accettando di fare un percorso in sincerità e trasparenza;
  • pur dipendendo dal consiglio degli avvocati, posseggono autonomia di giudizio e di scelta;
  • sono davvero molto litigiosi e hanno caratteri contrapposti che “accendono” la conflittualità ma non presentano patologie psico-affettive o cognitive;
  • non amano la “pubblicità” e vogliono mantenere riservata la propria vicenda familiare;
  • sono sostenuti da avvocati e parenti collaborativi che li invitano a non usare la forza ma il dialogo;
  • non ci sono altre procedure giudiziarie connesse;
  • essi stessi o i loro parenti hanno risorse a disposizione o comunque la possibilità di superare la scarsità di risorse attuale e desiderano metterle a disposizione dei figli;
  • l’alternativa giudiziale è vista come meno vantaggiosa o peggiore per i figli, oppure il diritto non è esaustivo o chiaro a riguardo dei loro problemi.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI PRINCIPALI

  • Phil McGraw, “Family First”, Free Press, 2004
  • Kathlyn Gay, “Divorce: The Ultimate Teen Guide”, Rowman & Littlefield, 2014
  • Silvia Vegetti Finzi, “Quando i genitori si dividono”,  Mondadori, 2007
  • Isabella Buzzi & John Haynes, “Introduzione alla mediazione familiare”, Giuffré, 2012

 

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