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Paola Lippi

Paola Lippi

Mediatrice familiare, mediatrice civile, counselor, conduttrice di Gruppi di parola per figli di genitori separati e facilitatore di Gruppi per bambini e adolescenti.

“Sull’orlo dell’oblio fatto di pregiudizi” *

Pregiudizio è un termine di derivazione latina (prae – iudicium) che significa  “giudizio che viene prima”.

Essenzialmente è un’opinione preconcetta che ha la pretesa di essere una verità a priori.

Il termine non nasce con accezione negativa in quanto è “giudizio già acquisito” dalla nostra mente, un modus vivendi connaturato all’essere umano.

Charles Bukowski, scrittore e poeta statunitense, a riguardo, afferma:

“l’amore è una forma di pregiudizio. Si ama quello di cui si ha bisogno, quello che ci fa stare bene, quello che ci fa comodo.”

Quand’è, quindi, che esso diventa un concetto negativo? Quando, appunto, ci condiziona così tanto da essere per noi una verità a priori.

Le società ne sono piene, oggi come ieri, ed è difficile prescindere da esso. Probabilmente neanche necessario farlo, dato che ormai sembra essere ben radicato.

Quello che però si può fare è cercare di contestualizzarlo e relativizzarlo, cioè prendere consapevolezza che esiste e dargli un peso calibrato, in modo che non rimanga la nostra verità assoluta.

Il pregiudizio nasce dalla non conoscenza e si sa che ciò che non si conosce spaventa.

Così risulta molto più facile rimanere ancorati alle proprie credenze, spesso retaggio della cultura millenaria di un popolo.

In realtà coloro che hanno pregiudizi nei confronti di determinate persone mancano sicuramente di empatia, cioè della capacità di immedesimarsi nell’altro.

Se riuscissimo, infatti, a vedere che gli altri possono essere semplicemente diversi da noi, per atteggiamenti, tradizioni o cultura, ma non per questo inferiori o superiori, i nostri comportamenti non subirebbero cambiamenti qualora si entrasse in contatto con qualcuno appartenente ad un gruppo verso il quale nutriamo pregiudizi.

Detto questo, non si hanno preconcetti solamente, verso singole persone o gruppi, ma spesso anche verso situazioni che non comprendiamo e non vogliamo comprendere.

La mediazione familiare, ad esempio, pur non essendo di recente creazione, non viene ancora pienamente utilizzata in fase di separazione coniugale, perché non la si vuole conoscere più approfonditamente come strumento di appianamento dei conflitti.

Ci sono pregiudizi su di essa, considerandola di poca utilità.

Allo stesso tempo, anche all’interno della famiglia regnano i pregiudizi, dovuti all’eccessiva intimità che negli anni inevitabilmente si sviluppa.

In questo modo, paradossalmente, riuscire ad avere un dialogo costruttivo con i propri familiari finisce per risultare molto più difficile che farlo con un estraneo, qualcuno “super partes“.

In mediazione è possibile riuscire ad aprire di nuovo il proprio “cuore”, dare un nome alle emozioni vissute e provate, mettersi in ascolto, ritrovare un dialogo.

Ecco che rivolgersi a un professionista del settore, quale il mediatore è, può diventare di fondamentale importanza per intraprendere il difficile percorso di una separazione legale.

E lasciarsi condizionare dai pregiudizi corrisponde alla perdita di una buona opportunità per ricevere un valido aiuto.

*Francesco Gabbani, La rete

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