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Beatrice Morandi

Beatrice Morandi

Mediatrice familiare, Counselor, Conduttrice di Gruppi di Parola per figli di genitori separati e di Gruppi di sostegno alla genitorialità nella separazione

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Il tempo in mediazione

Time is Too slow for those who Wait, Too swift for those who Fear, Too long for those who Grieve, Too short for those who Rejoice, But for those who Love, Time is not.*

Henry VAN DYKE

L’aspetto del tempo, nel percorso di mediazione, è centrale.

La coppia che decide di separarsi spesso arriva in mediazione con un livello di motivazione e consapevolezza allineato rispetto alla necessità di interrompere la relazione.

Nella mia esperienza questo succede specie nei casi in cui, dopo un percorso di psicoterapia di coppia, si viene accompagnati da un professionista ad affrontare insieme lo stato della propria relazione sentimentale, a prendere atto che il legame d’amore è esaurito e a elaborarne la chiusura.

Non è raro che la responsabilità della scelta di porre fine al vincolo sentimentale appaia formalmente in capo soltanto a uno dei due partner.

Quando ciò avviene l’altro deve prendere atto della situazione ma non sente, pur consapevole della crisi di coppia, di voler concorrere a tale decisione attivamente.

Spesso la paura per le conseguenze della separazione, in particolare come ricaduta sui figli, prevale rispetto alle valutazioni che riguardano la possibilità di lasciarsi e di affrontare il cambiamento legato alla crisi sentimentale.

Oppure si vorrebbe sinceramente continuare a cercare una via per ricomporre la crisi di coppia nonostante la decisione dell’altro, anche quando tale decisione appare irrevocabile.

Questa discrepanza di intenti va affrontata con la consapevolezza che la fragilità di chi si rivolge a noi da una posizione meno proattiva crea resistenze al cambiamento. Indipendentemente dalla decisione razionale, presa congiuntamente, di affrontare in mediazione, in maniera collaborativa, una separazione che non si vorrebbe ma che va comunque accettata.

È in questi casi che il fattore “tempo”, nelle sue declinazioni, entra potentemente nella stanza della mediazione in termini di bisogni individuali distanti tra loro. Tanto distanti da apparire inconciliabili rispetto alla declinazione operativa e organizzativa dei passaggi volti ad affrontare l’evento separativo.

Le fasi del dolore, della rabbia, dell’accettazione, in questi casi, si incarnano nella dimensione esistenziale di ciascun mediando in modo profondamente differente.

Ci si immagina in una dimensione futura senza il partner o, al contrario, si resta ancorati al presente e al passato. In quest’ultimo caso, l’assenza di una narrazione sulla propria esperienza non consente alla persona di aprire varchi possibili su un immaginario futuro.

Ecco allora che gli aspetti pratici affrontati in mediazione per raggiungere un accordo assumono, simbolicamente, significati che prescindono dal mero valore concreto e organizzativo.

Tali aspetti non possono, a mio avviso, essere affrontati senza che il professionista riconosca, faccia emergere e condivida l’esigenza temporale che a essi sottende.

Così facendo si rivela con grande efficacia l’esperienza soggettiva, vissuta da ciascun partner in relazione ai propri bisogni e alla propria immagine identitaria.

In questo senso mediare significa anche mediare sui tempi dei mediandi.

Lavorare sulla possibilità di portare chi si sta separando a individuare e condividere i passaggi da compiere. Tener conto, da una parte, delle reciproche necessità e, dall’altra, accettare di dover fare i conti con le reali risorse emotive in campo.

A volte la coppia, proprio perché consapevole di non arrivare in mediazione allineata rispetto all’opportunità della separazione, si affida al percorso e al ruolo di facilitazione svolto dal mediatore proprio per individuare, ordinare e affrontare i passaggi necessari nel modo più tutelante possibile per entrambi e per i propri figli.

Non si tratta di legittimare in mediazione una resistenza al cambiamento.

È possibile per il professionista favorire la reciproca considerazione sui tempi necessari a ciascuno per rispondere alla situazione. Questo non significa necessariamente avallare la dinamica dell’evitamento del processo separativo.

I mediandi, ad esempio, valuteranno che è giunto il momento, per entrambi, di affrontare il tema dell’individuazione di una nuova soluzione abitativa, anche temporanea. Potranno, scegliere di affrontare solo in un secondo momento, quando avranno recupereranno lucidità e solidità e sentiranno che “è arrivato il tempo”, gli aspetti patrimoniali.

Mi sembra che questa riflessione sul “tempo percepito” faccia emergere con chiarezza alcune potenzialità della mediazione familiare:

  • la possibilità di fare una reale esperienza di collaborazione con il partner nel setting della mediazione
  • organizzare i passaggi operativi della separazione,
  • individuare ed esplicitare le proprie spinte ed esigenze,
  • considerare e comprendere quelle degli altri membri della famiglia.

Questo significa porre solide basi per un lavoro funzionale tra ex coniugi che sarà garanzia, nel futuro, di tutela e cura del legame familiare. Soprattutto in relazione ai figli.

In alcuni casi certi passaggi sono già stati compiuti e agiti prima dell’arrivo della coppia in mediazione.

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Spesso proprio questo aspetto non condiviso con l’altro di “messa in atto” della separazione, vissuto come necessità da una parte e come imposizione dall’altra, crea una lacerazione nella relazione e dunque un’ulteriore resistenza emotiva rispetto alla possibilità di collaborare.

Quando la coppia ha figli, la delicatezza della situazione spesso comporta la necessità di attuare passaggi che certamente contrastano con il criterio del rispetto dei tempi individuali degli adulti.

Infatti, i tempi che riguardano i bisogni dei figli, nelle circostanze di “agito esplosivo” innescato dal percorso separativo, non viaggiano parallelamente a quelli del genitore che “subisce” il cambiamento. Egli certamente avrebbe bisogno, per far fronte alla situazione, di maggiore tempo per recuperare solidità emotiva.

In questi casi chi media può, a mio avviso deve, prendersi la responsabilità di far emergere, i bisogni dei figli. Sollevare in modo critico la questione delle priorità a cui rispondere.

Non si tratta certamente di imporre tempi e tempistiche ma di favorire la consapevolezza di ciò che deve essere affrontato. A prescindere dal proprio stato emotivo e dalla propria condizione di fragilità.

Per un benessere prioritario, quello dei figli, che in qualità di genitori adulti che li proteggono è fondamentale cercare di mettere al centro.

In una situazione, ad esempio, in cui uno dei due genitori abbia deciso di uscire di casa senza condividere preventivamente questo passaggio in famiglia, certamente il dolore e il senso di spaesamento derivante da questo strappo sarà percepito dai figli, nonostante i possibili tentativi messi in campo dagli adulti per “arginare” la situazione fornendo apparenti giustificazioni a motivo dell’assenza.

I figli avranno bisogno di capire cosa stia accadendo attraverso le parole di entrambi i loro genitori e possibilmente alla presenza di entrambi.

Ecco che, in una situazione di questo tipo, di urgenza, il momento per coinvolgere i figli nella scelta separativa dei genitori spiegando loro la situazione non verrà stabilito dando priorità alle esigenze degli adulti ma considerando in primis il bisogno dei figli di sapere cosa è avvenuto e di essere rassicurati da mamma e papà, insieme.

E chi, da adulto, sta soffrendo, ha paura, è lacerato dovrà, necessariamente, forzare sé stesso. Dovrà rispondere all’urgenza e prescindere dalle proprie, legittime, esigenze rispetto al tempo soggettivo che sarebbe stato necessario per affrontare quel momento con maggiori risorse.

Riprendendo il ragionamento sulla percezione del tempo, vivere una separazione, affrontare la rottura della relazione sentimentale spesso getta le persone in un’esperienza di caducità. Ci si sente in balia dell’imprevisto, senza più controllo sulla direzione che cerchiamo di dare alla nostra vita.

Il tempo con i figli è e rimane, anche dopo la separazione, un tempo d’amore “infinito”, un amore in cui il tempo “non è”, come scrive Van Dike.

Questa esperienza di amore genitoriale “senza tempo” è reale e facilmente riconoscibile da parte di chi, come persona prima che come genitore, sta affrontando il lutto di un’esperienza sentimentale che si è esaurita.

È aggrappandosi a questa consapevolezza che spesso si riesce a recuperare serenità rispetto all’elaborazione della fine di una relazione sentimentale.

In questa prospettiva il concetto di amare senza tempo vale ancora, anche se è venuto meno l’amore per il partner e/o del partner verso di noi

*”Il tempo è, troppo lento per coloro che aspettano, troppo rapido per coloro che temono, troppo lungo per coloro che soffrono, troppo breve per coloro che gioiscono, ma per coloro che amano, il tempo non è.” Henry VAN DYKE, “Il tempo è”, da Music and Other Poems, 1904

 

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