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Benedetta Fontana

Benedetta Fontana

Mediatrice Familiare, Counselor

Non esistono emozioni negative

Le emozioni, queste grandi compagne di vita! Tutti le proviamo, ed è grazie a loro che riusciamo a “sentire” la vita che scorre in noi.

Eppure non sempre le emozioni sono le benvenute. Non sempre siamo disposti ad aprire loro la porta e farle accomodare, per ascoltarle e capire cosa hanno da dirci.

Quando studiamo le emozioni esistono delle “classificazioni” che ci aiutano a comprenderle meglio

Alcune emozioni sono dette primarie, cioè universali, e sono 6 (a seconda delle scuole di pensiero): gioia, sorpresa, tristezza, rabbia, disgusto e paura.

Primarie significa che sono innate, date a ogni persona sulla faccia della terra quando viene messa al mondo: indipendentemente da dove nasca e dalle sue interazioni sociali.

È come se fosse un pacchetto di accessori donato all’essere umano per affrontare la vita.
Altre emozioni invece si originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si “imparano” dalle interazioni con gli altri esseri umani, dall’ambiente, dalla cultura ecc. (per esempio la vergogna è una emozione appresa: imparo a provare vergogna in determinate situazioni a seconda del quadro di riferimento culturale in cui sono inserito).

E perché allora, se le emozioni universali ci sono donate come accessori fondamentali per affrontare la vita, ne classifichiamo alcune come “negative”?

Perché tanta gente negli studi di counseling e mediazione chiede aiuto per “combattere” le emozioni negative (in particolare la rabbia, la paura –  e i suoi temuti derivati, di cui ansia e angoscia sono i più comuni – la tristezza?).

In realtà le chiamiamo emozioni “negative” perché ci basiamo sul criterio del piacere, non ci danno cioè sensazioni piacevoli: a nessuno piace essere triste, arrabbiato o impaurito.

Eppure intuitivamente lo sappiamo che la paura ci salva la vita: di fronte ad un pericolo ci mette in guardia, ci prepara all’azione, ci risveglia. La rabbia ci fa reagire, ci dà energia, ci aiuta ad affrontare una difficoltà. Facciamo invece più fatica a capire a cosa serva la tristezza… eppure è proprio la tristezza che ci fa guardare dentro, che ci mette in contatto con noi stessi, che ci permette di superare un lutto, una perdita.

In realtà il nostro atteggiamento di voler “combattere” o “sconfiggere” queste emozioni è ciò che ci rende davvero la vita difficile. Ai miei clienti ripeto spesso che le emozioni, tutte le emozioni, sono nostre amiche.

Se sono lì, se si fanno in qualche modo sentire, è sempre per noi e mai contro di noi.

E se impariamo ad ascoltarle e magari anche a capirle, ci possono essere davvero d’aiuto. Allora si tratta non più di nasconderle, ignorarle, combatterle o sconfiggerle, ma semplicemente di accoglierle e gestirle:

 

Vieni paura, sono qui, ti ascolto, ti guardo, so che sei qui per me, per aiutarmi, stai con me finché devi, finché capirò perché sei venuta e potrò dirti grazie.

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