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Valeria Tornese

Valeria Tornese

Mediatrice Familiare specializzata in Supporto alla Genitorialità e Coordinazione Genitoriale, Dottoressa in Psicologia

“Le parole non sono due, “pace e guerra”, ma sono tre: “pace, conflitto e guerra”. È vero che noi usiamo impropriamente “conflitto” come sinonimo di “guerra”, ma non si tratta di sinonimi. Credo che la guerra sia un’elaborazione insana del conflitto”

Luigi Pagliarini

L’altra faccia del conflitto

Il conflitto è una realtà quotidiana, ne facciamo esperienza in ogni ambito della nostra vita: personale, familiare, sociale, lavorativo.

L’etimologia della parola conflitto deriva dal verbo latino cum-fligere e, almeno originariamente, aveva un duplice significato.

Oggi noi diamo al termine i significati di “urtare, contrastare, combattere”, richiamando immagini di vincitori e di vinti e di competizione negativa, ma è interessante notare che l’altro significato di conflitto è “incontrare, mettere a confronto”.

Un esempio rilevante compare nel poema di Lucrezio “De Rerum Natura”.

Lucrezio utilizza il termine con il significato di “incontro” nel IV libro del suo poema, dedicato alla passione amorosa. Il verbo conflixit è utilizzato per descrivere l’unione carnale tra un uomo e una donna ed è stato tradotto con «si incontrano» o «si uniscono».

In questo contesto il termine è impiegato per descrivere la massima forma di intimità possibile:

(…) semina cum Veneris stimulis excita per artus
Obvia conflixit cospirans mutuus ardor,
Et neque utrum superavit eorum nec superatumst.

(…) questo avviene quando i germi, eccitati nei loro organi dai pungoli di Venere,
s’incontrano e si mescolano per l’accordo di un eguale ardore,
e da nessun lato non c’è né vincitore né vinto (traduzione di Olimpio Cescatti)

In definitiva: non conflitto, ma incontro e scambio di reciproco ardore, senza vincitori né vinti.

Conflitto in origine è ricerca di armonia

Questo è anche lo scopo della mediazione, uno dei più antichi metodi di risoluzione delle controversie.

In un processo di mediazione non ci sono solo persone che si “contrastano” ma vi è anche il loro legame, la loro storia, che richiede di essere accolta e, per quanto possibile, ripresa e riaffermata nelle sue potenzialità generative.

Vi è anche la decisione dei mediandi a intraprendere un percorso di mediazione e mettersi in gioco per trovare un punto di incontro.

L’innegabile ambiguità insita nella parola conflitto sottolinea bene l’ambivalenza presente in ogni relazione: bisogno di accoglienza e di prossimità ma anche di irriducibile e necessaria alterità.

In mediazione, il conflitto viene definito come l’anima della relazione. Fondato su bisogni fondamentali dell’uomo tra loro antinomici, trova via d’uscita qualora si accolga e si accetti l’antinomia, attraverso la ricerca di una terza via (la composizione dell’et-et) . Vale a dire: compiere un’operazione creativa di fuoriuscita dall’impasse fondato sui dilemmi stessi [Scabini 2003].

In questo senso, il termine conflitto contiene in sé entrambi i significati originari: è si uno scontro, ma grazie anche alla presenza di una terza persona neutrale e imparziale, pronta ad accogliere bisogni e emozioni di chi si presenta nella stanza del mediatore, è anche ricerca di un incontro con l’altro da sé.

Anche da questo percorso non si esce né vincitori né vinti.

" I veri conflitti sono quelli che si svolgono dentro di noi ed è lì che noi dovremmo adeguatamente trattarli"

Gandhi
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