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Carolina Akie Colleoni

Carolina Akie Colleoni

Avvocato specializzato in Diritto di Famiglia, Coordinatrice Genitoriale, Mediatrice Familiare

Le abitudini: conforto o costrizione?

“L’abitudine rende sopportabili anche le cose spaventose”

Esopo

In questi giorni di festa ho letto con mia figlia una piccola fiaba coreana, forte, intensa e complessa, nella sua immediata semplicità.

Il Cane di Primavera

C’era una volta un cane che era molto bravo a nascondere le proprie emozioni.
Se ne stava legato all’ombra di un albero.
Scodinzolava sempre ed era molto dolce.
Lo chiamavano il “cane di primavera” perché era allegro come la primavera.
Di giorno, il cane si divertiva molto con i ragazzini del paese.
Ma ogni notte, quando non c’era nessuno in giro, piangeva e guaiva.
Piangeva perché voleva liberarsi dal guinzaglio e correre libero nei campi fioriti.
Però non poteva.
Perciò, di notte piangeva.
Ogni notte.
Un giorno, una voce dentro di lui gli chiese: “Perché non tagli il guinzaglio e corri via?”
E il cane di primavera rispose: “Sono stato legato troppo a lungo. Ho dimenticato come liberarmi”.

A volte normalizziamo la sofferenza convincendoci che non esista via d’uscita

Il confine tra la capacità di adattamento e la tendenza alla sopportazione ci confonde e diventa una catena, invisibile e ingombrante allo stesso tempo.

Il dolore e la sofferenza causati dall’adattamento autodistruttivo giungono lentamente, quasi impercettibili, all’apparenza più “semplici” da sopportare rispetto alla fitta lacerante causata dai cambiamenti drastici e improvvisi.

Tuttavia, la resistenza al cambiamento e la paura dell’incerto, in modi sorprendenti e insospettabili, riescono a rendere la sofferenza “normale”, tanto da tenerci subdolamente legati al conosciuto, anche se non giusto per noi.

Come è accaduto al protagonista della storia: il cagnolino, nel tempo, ha accettato l’impotenza rassegnandosi al suo destino. Non scappa perché crede di non poterlo più fare, di non averne più la forza.

La paura di cambiare, spesso, è più potente e terrificante dell’opportunità che si potrebbe cogliere, dell’esperienza nuova e diversa che si potrebbe vivere.
Inconsciamente e inconsapevolmente, restare immobili ci fa sentire al sicuro rispetto al rischio di agire in situazioni sconosciute.

Amiamo la nostra catena perché ci fa sentire importanti e, comunque, ci giustifica.

La trappola mentale che ci costringe in limiti autoimposti si genera quando ci convinciamo di una nostra presunta incapacità di realizzare qualcosa, senza aver mai effettivamente provato a realizzare quel qualcosa.

È una trappola insidiosa che impedisce la crescita e il cambiamento, costringendoci, con l’inganno, a vivere in una determinata condizione di impotenza e frustrazione, accettandola benché i nostri desideri tendano a portarci altrove, in luoghi inesplorati.

Siamo naturalmente e biologicamente propensi a diffidare del nuovo e a trovare alibi per rimanere nell’apparente stato di quiete nel quale ci muoviamo. La zona di comfort è difficile da abbandonare e lo è ancora di più se siamo convinti che realizzare il cambiamento è, per nostra incapacità, impossibile e pericoloso.

Ma da cosa trae origine l’impotenza appresa? Abitudini, educazione, condizionamenti

Pensiamo al cagnolino legato con un piccolo guinzaglio a un piolo conficcato nel terreno: potrebbe tirare e rompere il guinzaglio senza sforzo ma, semplicemente, non lo fa.

Per quale motivo? Poiché sin da cucciolo è sempre stato incatenato in quel modo e, ovviamente, i suoi tentativi di liberarsi sono sempre risultati vani. Ora che potrebbe facilmente strappare il guinzaglio non ci prova più poiché ha appreso l’impossibilità teorica (ma ormai anche pratica) di liberarsi e non è più cosciente della propria forza, interiore e fisica.

La stessa trappola ha effetto su di noi: se qualcuno ci convince che non siamo in grado di realizzare nulla di buono o di nuovo (e noi lo accettiamo), apprendiamo questa presunta impotenza e la nostra mente diventa incapace di valutare oggettivamente le nostre risorse e le nostre potenzialità.

Come liberarsi? Riconoscendo lo schema nascosto che si nasconde dietro il nostro atteggiamento cronico e complessivo nei confronti della vita, una vecchia decisione nata dalle paure infantili.

Solo quando il nostro approccio cieco alla vita inizia a fallire riusciamo ad avere il tenue sospetto che il problema sia la catena che ci tiene imprigionati.

Rimaniamo legati alla catena poiché ignoriamo la catena o non sappiamo come recuperare la libertà. Vedere e riconoscere la catena consente di trovare il modo di scioglierla.

La chiave è, dunque, la consapevolezza di ciò che accade.

Il passo successivo è il coraggio.

Provaci mettendoci tutto il cuore!

disse Jorge Bucay nel suo “Lascia che ti racconti”.

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