Crisi della coppia e mediazione familiare come alternativa di risoluzione della conflittualità: particolarità e prospettive
Nicolò Cermenati

Nicolò Cermenati

Mediatore Familiare, Mediatore Penale, Giurista

Crisi della coppia e mediazione familiare come alternativa di risoluzione della conflittualità: particolarità e prospettive

Il mio intervento alla tavola rotonda del 20 novembre 2020 si è incentrato sulla figura professionale del mediatore familiare che decide di lavorare con famiglie arcobaleno. Doveroso, a tal proposito, fare un’imprescindibile premessa: tutto ciò che è stato riportato è frutto di sintesi di studi effettuati e raccolti intorno al tema che non hanno alcuna pretesa di esaurire la questione ma, soprattutto, non vogliono essere degli imperativi universali che riducano o appiattiscano tutte le storie o i vissuti delle persone facenti parte della comunità arcobaleno in queste situazioni. L’idea è stata semplicemente quella di fare un focus sui possibili (e sottolineo possibili) punti di complessità e attenzione.

Stando agli studi, le particolarità che si possono incontrare lavorando con le famiglie LGBT, si sostanziano in tre macro concetti:

  • le strutture sociali
  • lo stigma o pregiudizio
  • il cosiddetto concetto di intersezionalità

Le strutture sociali

Intese sia come contesto familiare che ambientale nel quale il soggetto o la coppia sono inseriti. Questi possono essere i più vari, dalla grande città come Milano dove, solitamente, vi è più libertà di espressione della propria identità, al piccolo paese dove ancora un forte pregiudizio rispetto all’omosessualità.

Ci sono tante domande che come mediatori occorre porsi: per esempio la famiglia di origine, che ruolo gioca? È a conoscenza della relazione? Se così non è, è stato fatto il coming out con la famiglia? Ci sono pressioni dal partner in questo senso? Sono tutti temi molto importanti da conoscere ed indagare durante una mediazione.

Stigma o pregiudizio

Si intendono tutti i preconcetti o retaggi culturali passati che vengono tramandati e che influiscono sulla percezione di un fatto e, nel caso particolare dell’omosessualità. Da dove arriva questo termine? Perché si parla solo dell’aspetto sessuale e non anche di quello affettivo? È vero che oggi è più comunemente accettata? E se così fosse, cosa ne è per quanto riguarda le coppie con figli? Esiste ancora un forte stigma per le coppie omogenitoriali?

E ancora: il tema del pregiudizio è appannaggio esclusivo dell’eterosessualità / eteronormatività o è insita anche nella comunità LGBTI? Quali sono i principali pregiudizi interni?

Le risposte fornite in questo senso aiutano a comprendere come il tema del pregiudizio sia trasversale. Possono esserci duplici linee di pregiudizio con le quali si deve avere a che fare: quelle esterne (derivanti dalla società, dalla famiglia e forse dal mediatore stesso) e quelle interne.

Intersezionalità

Termine coniato nel 1989 dalla giurista e attivista statunitense Kimberlé Crenshaw per descrivere la sovrapposizione o, appunto, intersezione di diverse identità sociali e le relative possibili discriminazioni e/o oppressioni. In altre parole viene usato per indicare la somma di tutti quei fattori biologici, culturali e sociali come il genere, l’etnia, la classe sociale, l’orientamento sessuale, la religione ecc… che possono contribuire in maniera più o meno attiva a ingenerare forme di discriminazione o pregiudizio.

Questi concetti hanno portato ad individuare nella complessità un fattore determinante, ponendo l’attenzione a evitare di “eteronormativizzare” la situazione.

Occorre stare attenti a non paragonare e/o sovrapporre il vissuto portato dalla coppia arcobaleno a un vissuto che si è già percorso con una coppia etero.

Fare un’operazione di assimilazione come quella appena citata potrebbe essere un grave errore che da mediatori ci farebbe perdere quelle che forse sono delle sfumature, ma molto importanti nel vissuto della coppia e della persona che le porta in mediazione.

Sfumature che si possono meglio cogliere e comprendere se si parla di attenzione anche all’uso di un corretto linguaggio.

Con linguaggio, non si pensi a questioni di lessico o di idiomi della lingua italiana, bensì a modi di dire, espressioni o termini che sono più diffusi all’interno della comunità arcobaleno. Diventa allora importante, per un mediatore, conoscere e distinguere tra orientamento sessuale e identità di genere, tra cisessualità e transessualità, tra coming out e outing, sapere cosa significhi eternormatività.

Se è vero che linguaggio e categorie hanno da sempre accompagnato la comunità LGBT+ allora si capirà come, anche su un piano di migliore comprensione ed empatia, sia davvero molto importante conoscere e parlare la lingua della comunità quando ci si vuole relazionare con essa.

Sia ben inteso che è sempre possibile chiedere spiegazioni e chiarimenti su termini o definizioni che non si conoscono. Come già detto, credo che sia un vantaggio anche in termini di accoglienza e migliore comprensione avere questa condivisione di un linguaggio comune.

Alla luce di tutto questo, quali consigli pratici si possono dare ad un professionista che decide di lavorare con coppie arcobaleno?

In grande sintesi:

  • lavorare sui propri pregiudizi
  • perfezionare la formazione di mediatore sul tema
  • introdurre materiale ad hoc da sottoporre alla coppia
  • fare attenzione al setting e alle situazioni concrete che si possono incontrare in mediazione
  • svolgere attività di promozione e marketing

Rimane, infine, una domanda che non trova risposta ma che apre sicuramente a riflessioni e prospettive: se solitamente la mediazione viene annoverata nell’universo delle cosiddette ADR (alternative dispute resolution) e quindi come via alternativa alla giustizia tradizionale, viene da chiedersi se questo valga anche per le coppie omosessuali e più in particolare di quelle omogenitoriali o se, forse, la mediazione non sia o non possa considerarsi, più che un’alternativa, l’unica vera via per vedere riconosciuta la propria situazione.

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