Ti ascolto, ti sostengo e ti accompagno: faccio il counselor
Emanuela Libralon

Emanuela Libralon

Counselor, Mediatrice Familiare

Ti ascolto, ti sostengo e ti accompagno: faccio il counselor

In occasione di un seminario di aggiornamento proposto da Assocounseling, l’Associazione Professionale  a cui appartengo, ho avuto modo di conoscere il gruppo Assocare che si occupa di Counseling socio-sanitario.

Il seminario si intitolava “Il counseling per l’umanizzazione della cura” e si occupava di focalizzare il ciclo di vita della cura, inteso come un insieme di momenti topici.

Momenti  in cui la persona si trova a confrontarsi con una diagnosi, più o meno grave; deve decidere se accettare o meno la prognosi, e deve prepararsi ad affrontare le terapie mediche e/o chirurgiche per cercare di curare la malattia.

Il filo conduttore del seminario era: qual è il momento in cui sarebbe utile, se non necessario, avere per i pazienti e i loro familiari una figura di riferimento, che ascolta, sostiene, accompagna in questo cammino di fatica, frustrazione e  paura?

La risposta di noi tutti partecipanti è stata unanime: tutti.

In ogni momento infatti, dalla scoperta del sintomo alla visita dal medico di base, dall’invio al primo specialista al susseguirsi  di tutte le terapie possibili, scandite  da esami che lasciano spiragli di speranza alternati ad esiti che sembrano verdetti inesorabili, il paziente, la persona si sente  sola, spaventata, arrabbiata e confusa.

Anche avere la famiglia accanto non è sufficiente, poiché spesso con i familiari il malato trattiene le proprie preoccupazioni e la propria frustrazione, per non spaventarli ulteriormente

La famiglia stessa infatti si sente proiettata in un futuro di incertezze e di timori, e spesso minimizza i sintomi o i timori del famigliare ammalato credendo di aiutarlo, non rendendosi conto che così ne aumenta invece la solitudine.

Seguire questo seminario mi ha ricordato quella che è stata la mia recente esperienza personale.

Poco più di un anno fa nella cerchia della mia famiglia allargata, nel giro di 45 giorni sono mancate 3 persone.

Ho vissuto accanto a loro e ai componenti del loro nucleo familiare più stretto tutti i momenti di quei mesi, lunghissimi per certi aspetti e velocissimi per certi altri.

E durante tutto l’arco di quel periodo nessuno di loro, né i malati né i loro familiari, ha voluto farsi aiutare da uno psicologo o da uno psicoterapeuta: l’idea di affrontare un percorso psicologico o psicoterapeutico li spaventava ulteriormente, a causa dei pregiudizi purtroppo ancora così radicati nei confronti di questi strumenti.

La riflessione che è sorta dopo la partecipazione al seminario e il ricordo della mia esperienza personale quindi è questa: quanto sarebbe importante avere la possibilità di trovare un Counselor che accompagni il malato durante tutte le tappe di questa corsa ad ostacoli che è l’affrontare una malattia?

Trovarlo, non cercarlo

Perché la differenza sta tutta qui: se in collaborazione con il Medico di base lavorasse un Counselor, la persona a cui viene comunicata una diagnosi difficile da accettare troverebbe già lì, sul luogo, qualcuno che lo ascolta e lo supporta.

Ma non è tutto, poiché le capacità professionali proprie del Counselor sarebbero d’aiuto non solo al paziente, ma anche al Medico.

Questi, infatti,  spesso si trova a comunicare diagnosi in modo dis-umano perché egli stesso non ha gli strumenti per farlo in modo diverso, teso com’è a proteggersi da coinvolgimenti emotivi.

E lo stesso si potrebbe ipotizzare se i Counselor potessero iniziare a collaborare con Centri Diagnostici o Aziende Ospedaliere: trovare qualcuno che sa come accogliere la tua frustrazione, che sa “stare comodo in un campo scomodo” (cit.) con te, che non scappa di fronte alla tua paura, che non minimizza o enfatizza; che ti ascolta attivamente e con empatia; che non giudica la tua rabbia.

Quanto tutto questo potrebbe essere d’aiuto e di sostegno?

La domanda viene posta a ciascuno di noi, nelle doppia veste di esseri umani prima e di Counselor poi, poiché tutti possiamo trovarci nei panni di chi ha bisogno di essere aiutato, non solo in quelli di chi l’aiuto lo fornisce professionalmente.

Ed è uno spunto di riflessione per chi lavora in Enti e/o Istituzioni che potrebbero da qui cogliere un’opportunità per accrescere l’offerta dei Servizi forniti ai loro Pazienti, nell’obbiettivo comune del take care, del prendersi cura cioè totalmente di chi si affida a loro.

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