Produrre un discorso è l’opposto di capirlo
Valeria Tornese

Valeria Tornese

Mediatrice Familiare, Supporter Genitoriale

Produrre un discorso è l’opposto di capirlo

Quando parliamo, in qualche modo, traduciamo il nostro pensiero in frasi, che diventano parole, che si esprimono attraverso suoni. In chi ascolta, accade esattamente l’opposto: un insieme di suoni, viene trasformato in parole che si strutturano in frasi. Queste andranno a comporre un altro pensiero: quello di chi riceve il messaggio.

Come nel gioco del telefono senza fili, possiamo chiederci se il pensiero iniziale verrà compreso cosí com’era stato formulato nella mente di chi lo ha emesso.

Di primo acchitto, il processo di comunicazione sembrerebbe piuttosto semplice. In realtà è molto più complicato di quanto appare. Infatti, per comprendere ciò che l’interlocutore tenta di comunicarci, non è sufficiente capirne i suoni, le parole e le frasi. Dobbiamo afferrare anche l’intenzione che quel messaggio specifico sta esprimendo.

Se il messaggio viene frainteso, il processo di comunicazione potrebbe essere compromesso.

Un modo per evitare, o quantomeno limitare tali complicazioni, sarebbe quello di inviare dei feedback del processo di decodifica.

Dobbiamo cioè verificare se il messaggio è stato ben compreso prima di attribuirgli dei significati che non coincidono con quanto espresso.

Quando comunichiamo siamo abituati a porre domande, rassicurare, formulare giudizi… È possibile che quanto esprimiamo rifletta più il nostro pensiero che non la genuina comprensione di quanto ci viene comunicato. A pensarci bene, durante le nostre conversazioni con familiari, partner, amici, raramente capita di verificare se quanto detto corrisponda con cio che noi abbiamo capito.  

Questa buona abitudine, è sicuramente più presente negli ambiti lavorativi, specie in quelli che si basano sulla relazione.

I mediatori familiari, per esempio, utilizzano questo stile comunicativo durante il percorso di mediazione, tant’è che costituisce una vera e propria tecnica di base che ogni mediatore dovrebbe padroneggiare.  

In “Introduzione alla Mediazione Familiare”, la dott.ssa Isabella Buzzi descrive cosi la tecnica della riformulazione:  « si tratta di far circolare la comunicazionee tra mediatore e parti attraverso la ripetizione, da parte del mediatore, di quanto affermato dalle parti al fine di controllare se ha ben capito […]  Occorre capire che cosa intenda ciascuna parte e farci sentire in grado di accoglierla »

Nel comunicare tramite un feedback la nostra comprensione di quel messaggio, sperimentiamo la sensazione di ascoltare l’altro per davvero.

L’altro, rispecchiandosi in noi per lo spazio di tempo in cui ci si mette nei suoi panni, si sentirà compreso e accettato.

In entrambi gli interlocutori si produrranno sentimenti di intimità e affetto.

Questo tipo di ascolto, che si definisce attivo, trasmette fiducia. Invece, i messaggi che contengono consigli, istruzioni e simili, sottraggono all’altro la responsabilità della soluzione del problema, con il rischio di provocargli un senso di sfiducia nelle sue potenzialità.

Dovremmo sempre tenere a mente che in qualsiasi nostra azione ognuno di noi è responsabile anche per gli altri.

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